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BAMBINI E FAMIGLIE NEI
CASI DI SEPARAZIONE

Infanzia smarrita nelle famiglie disgregate
di Maria Porticelli


 

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POLLICINO E I SUOI FRATELLI
INFANZIA SMARRITA NELLE FAMIGLIE DISGREGATE
MARIA PORTICELLI

Iniziamo un cammino nel mondo dei bambini, entrando dal versante difficile e duro della sofferenza che si origina, e prende forme diverse, nel luogo che, per eccellenza, dovrebbe essere quello della cura, della protezione, della formazione e della crescita eticamente e affettivamente equilibrata: la famiglia, con la sua specificità generativa della persona, nella relazionalità tra generi, generazioni, stirpi e con la comunità. Ci accompagnano Pollicino e i suoi fratelli, simbolo di tutti i bambini smarriti perché la famiglia, il loro papà e la loro mamma non sono riusciti a superare le difficoltà dell’indigenza, della povertà, che non è solo quella materiale ma è anche quella valoriale, e li hanno abbandonati.

Ci troveremo così a incontrare una serie di problematiche, a partire dalla stessa definizione di infanzia, per toccare l’abbandono e le sue forme, con riferimento alle relazioni familiari frantumate dalle situazioni di separazione e di divorzio, con le relative conseguenze nei figli. Potranno essere sviluppati aspetti specifici, anche in ordine alla situazione propria dell’Umbria, o con riferimento alle prospettive con cui la letteratura scientifica più accreditata modellizza il mondo del familiare con la sua multiforme complessità, operando a diversi livelli di approfondimento delle specifiche tematiche, in rapporto alla loro maggiore o minore ampiezza e significatività. Il primo nodo concettuale è rappresentato da un’immagine, quella del bosco, icona dello smarrimento e dell’abbandono, che può avere esiti distruttivi, ma anche di crescita e di maturazione della persona, sia pure attraverso la prova e la sofferenza.

Se il bosco della fiaba è un luogo immaginario, in cui i bambini, pur nello smarrimento, non perdono il desiderio di vivere e la capacità di agire, la storia concreta del vissuto dei bambini europei, italiani, perugini ci documenta l’esistenza di un luogo concreto in cui , per quasi duecento anni, dalla seconda metà del Settecento fino a tutto l’Ottocento, i bambini venivano realmente abbandonati, non sempre colpevolmente, sia che fossero figli di sole ragazze-madri, sia che avessero una famiglia ‘regolare’: il brefotrofio. Era un luogo fisico in cui la lodevole intenzione dell’accoglienza e della cura veniva vanificata dall’altissima percentuale di mortalità già nel primo anno di vita.

Nel brefotrofio i bambini perdevano letteralmente la vita, non solo per la malnutrizione dovuta al contesto economico-sociale, ma perché, come Bowbly e Spitz hanno documentato, non riuscivano ad acquisire la voglia e la forza di vivere, perché privati della relazione con il sorriso e con lo sguardo di un padre e di una madre, essenziali per costruire la identità personale, e permanevano in un vuoto, in un’assenza tragicamente espressa nel ciondolare ossessivo e vano della testa. Per avere un’idea dell’imponenza del fenomeno si può far riferimento a un solo dato: è stato stimato che ogni anno, in Italia, negli ultimi quaranta anni dell’Ottocento, furono abbandonati dai 30.000 ai 40.000 neonati, di cui il 30-40% moriva entro il primo anno di vita.

Oggi il bosco in cui i bambini vengono smarriti-e smarriscono se stessi (fino a morirne?) si materializza come conseguenza della separazione e/o del divorzio della coppia genitoriale. Il bosco diventa il luogo in cui il bambino, con modalità e intensità differenziate a seconda delle diverse età e del grado di conflittualità con cui la separazione dei genitori si è sviluppata ed è stata vissuta, si trova a confrontarsi con i sensi di colpa, con la paura di perdere completamente i legami con i genitori, con il senso di impotenza di fronte a vicende che non comprende ma di cui subisce le conseguenze. Se guardiamo ai dati relativi ai ‘figli’ coinvolti nelle separazioni familiari in Italia scopriamo una singolare corrispondenza numerica con i dati sopra riportati: nell’ultimo decennio del Novecento i figli coinvolti nelle separazioni sono stati, in media, circa 40.000, in un crescendo da 35.000 circa nel 1991 a più di 50.000 nel 2000.

Questi i dati Istat su separazioni e divorzi, per regione, riferiti al 2000: tab p.123 e tab. p.125 su tipologia della separazione e affidamento dei figli per regione; tab. p.128 sui figli per età

Indubbiamente il dato quantitativo sottende una diversità di situazioni personali e familiari, con gradi diversi di sofferenza e di malessere, correlati a una serie di variabili su cui potrà essere interessante ritornare, anche per fare il punto sulla situazione degli studi in merito. Tuttavia fin da ora un dato può essere sottolineato come comune denominatore che unifica situazione le più diversificate dei figli che vivono la separazione e il divorzio dei genitori sia che vivano in nuclei monogenitoriali in difficoltà o in famiglie “allargate”di cui le fiction televisive diffondono immagini stereotipe di superficiale allegria no-problem. I bambini, per crescere come persone nella pienezza delle proprie potenzialità, hanno bisogno di stabilità, di punti di riferimento chiari e sicuri e facili da individuare: la separazione dei genitori viene a privarli di tali punti di riferimento indispensabili per la costruzione della stessa identità personale e viene a minare il loro senso di sicurezza e di autostima, intaccandone lo sviluppo emotivo, cognitivo ed etico. Occorre dunque fare qualcosa.

Spitz e Bowbly hanno dimostrato le tragiche conseguenze della ospedalizzazione dei bambini nei brefotrofi sulla loro crescita fisica e mentale. Alle soglie del terzo millennio non possiamo lasciare i nuovi Pollicino a cavarsela da soli con i loro sassolini bianchi. Pur riconoscendoli capaci di risorse e di parola [cfr. Françoise Dolto], il dramma della separazione dei genitori è troppo devastante se affrontato in solitudine, mentre sono possibili vie in cui la sofferenza può essere rielaborata e avviato il percorso verso un riequilibrio dei vissuti e la ricomposizione dinamica dell’identità e della dignità personale.
 

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