L'infanzia in famiglia e a scuola


di Sira Serenella Macchietti


Nota biografica
La Prof.ssa Sira Serenella Macchietti è Professore Ordinario di Pedagogia Generale presso l'Università degli Studi di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia, con sede ad Arezzo.
Direttore delle riviste "Prospettiva EP" e del "Bollettino della As.Pe.I.", membro del comitato di direzione dei periodici "Cultura e Educazione", "Qualeducazione", "Prospettiva Persona", "Studium Educationis". Collaboratrice di diversi periodici educativi e di varie riviste pedagogiche, come "Scuola Materna", "Scuola e didattica", "Scuola Italiana Moderna", "Nuova Secondaria", "La Famiglia". La Prof.ssa Macchietti ha fatto parte della Commissione ministeriale incaricata della revisione degli "Orientamenti" per la scuola materna del 1991 e di tutti i gruppi di studio della Conferenza Episcopale Italiana che hanno redatto i programmi di religione cattolica in seguito agli Accordi di revisione del Concordato Lateranense ed ha coordinato la Commissione che ha scritto il Nuovo Catechismo dei Bambini.

La prof.ssa Macchietti ci parla con grande partecipazione delle rappresentazioni che oggi abbiamo dell'infanzia, di bambini che sono come piccoli budda e come piccoli pollicini ma che hanno in ogni caso dei bisogni universali e dei bisogni propri del nostro tempo. Tali bisogni sono anche dei diritti per i bambini: devono soprattutto poter amare ed essere amati. Così l'educatore genitore, o l'educatore in una situazione educativa nella scuola, nella parrocchia,  è veramente tale, se riesce a  testimoniare un amore pedagogico, e se alimenta questo amore confrontandosi con la fonte dell'amore.



Il testo dell'intervento

Oggi di infanzia si parla molto e abbiamo molte rappresentazioni dell'infanzia.

Le rappresentazioni più banali sono indubbiamente quelle televisive.

Generalmente la nostra televisione banalizza sempre le cose serie e se si parla dell'infanzia, si parla di un'infanzia la cui famiglia si sente felice quando ha, quando può comprare, quando può uscire dal supermercato con il carrello pieno. Oppure si hanno visioni patetiche dell'infanzia, a volte addirittura crudeli, spesso perché i registi rappresentano un'immagine dell'infanzia che è il loro stesso ricordo. L'infanzia vive perciò una situazione molto complessa, più che in passato.

La cultura che noi viviamo è infatti una cultura molto frammentata e di questa cultura frammentata, coloro che di più ne sentono gli effetti, sono sicuramente i bambini. Questo del resto è sempre avvenuto in tutte le culture e in tutte le società.

Oggi perciò le rappresentazioni che abbiamo del bambino sono molto controverse e retoriche, specialmente se ci vengono globalmente dai mass-media.

 

Se pensiamo invece alla realtà che possiamo "leggere" ci accorgiamo allora che abbiamo tanti bambini ma che, come ci suggerisce il pedagogista Cesare Scurati,  possiamo in un certo senso parlare di due categorie di bambini: abbiamo tanti piccoli budda e tanti piccoli pollicini.

 

Riconosciamo i piccoli budda quando sentiamo dire "mio figlio è bello", "mio figlio deve essere educato", "mio figlio è il principe", e purtroppo tutta la famiglia tace. Addirittura tace anche quella famiglia molto bene intenzionata, perché di fronte al piccolo principe, viene meno anche la vita di coppia, la serenità. In tale situazione ci sono sicuramente due forme di violenza: la violenza dei genitori che pensano a un certo modello di figlio e pensano (come d'altronde si è pensato molto nel passato) che ognuno di noi possa essere in un certo senso "una scena da plasmare", una violenza quindi della famiglia che impone certi modelli; poi abbiamo le violenze nei confronti della famiglia che vengono fatte dai bambini. I genitori spesso spariscono, si dimenticano di se stessi. Obbediscono alle prepotenze dei figli.

 

Ma abbiamo anche tanti piccoli pollicini. Bambini che sono in situazioni di famiglia non unita, comprati, accontentati nei lori desideri consumistici, ma che sentono la mancanza di figure di riferimento, soffrono la  mancanza di affetto, di comprensione, di unità, di ascolto.

Ci sono i pollicini che hanno la pelle diversa dalla nostra, anche se in Italia, soprattutto a  scuola, c'è stata grande accoglienza per i bambini che provengono da altre culture. Ci sono i bambini maltrattati, i bambini poveri, quelli che muoiono.

 

Anche nella nostra piccola realtà abbiamo budda e pollicini, ed è una realtà contraddittoria tanto quanto lo è il nostro pensare, il nostro atteggiamento nei confronti dell'infanzia. Da una parte infatti ci accorgiamo che il bambino è considerato un bene prezioso, un meraviglioso angelo straniero, è figlio unico, è un piccolo budda, ma nello stesso tempo il bambino è povero, è un pollicino, è violentato, è tradito, è inascoltato.

 

Abbiamo però alcune voci che ci inducono a ripensare questa realtà.

 

Una voce è quella della Chiesa. Basta avvicinarsi ai documenti del Magistero post conciliare o conciliare (Dichiarazione Gravissimum Educationis) per recuperare questa attenzione e premura per l'infanzia. La Chiesa ci da delle indicazioni anche dal punto di vista pedagogico, indicazioni che stimolano a rivedere la nostra relazione con i bambini, non soltanto il rispetto dell'infanzia.

Pensiamo per esempio alla Familiaris Consortio, alle lettere del Papa alle famiglie, alle lettere del Papa ai bambini, ebbene, se leggiamo questi documenti scompare tutta la diatriba che ha scosso il mondo femminile sulla questione delle pari opportunità, ci rendiamo conto che la Chiesa, quando parla di famiglia, non fa delle separazioni, ma gioca sempre la carta della corresponsabilità educativa, non ci sono le distinzioni che sono presenti in altre indicazioni sociali.

L'insegnamento del Magistero colpisce anche nei documenti ecclesiali quando si parla della reciprocità. La Chiesa quando pensa all'infanzia pensa a un noi, cioè a una famiglia in cui ci sono bambini e ci sono i genitori che hanno il dovere, il diritto, la gioia di educare la prole, e non sono solo i genitori che insegnano ai figli, ma sono anche i figli che insegnano ai genitori: c'è la reciprocità.  Pensiamo allo sguardo del bambino: un bambino ti guarda, ti attende, ha fiducia, ma ti sfida. Tu sei una figura positiva e lui si fida di te. Il bambino ci insegna se non altro perché ci guarda con i suoi occhi che sono di sfida, ma sono anche occhi che esprimono meraviglia, stupore, gioia di vivere, volontà di affidarsi a chi si crede ci possa voler bene.

La Chiesa richiama l'attenzione a questa reciprocità: in famiglia ci si educa reciprocamente.

 

Un'altra voce che ci parla è quella delle scienze umane, ed in particolare ci parla di infanzia la pedagogia.

 

La pedagogia costruisce il suo discorso rispondendo a tre domande.

Innanzi tutto si chiede chi è il bambino, come apprende, quali sono i suoi bisogni, quali sono le sue potenzialità, i suoi diritti. Poi ci domandiamo come è possibile educarlo e chi potrà diventare questo bambino.

 

Per rispondere a queste domande abbiamo bisogno di tante informazioni. Se noi consideriamo il bambino come persona, come dono, come essere unico, irripetibile ed originale, abbiamo una certa attenzione, abbiamo un atteggiamento diverso. Dalla risposta che diamo alla domanda chi è il bambino, assumiamo atteggiamenti diversi nei confronti di questo bambino.

Oggi non possiamo pensare a un educazione per un bambino come un'educazione che si realizza esclusivamente o nella scuola o nella famiglia o nella Chiesa. Anche se la scuola ha un'importanza fondamentale (pensiamo all'importanza della scuola per i bambini con delle disabilità, per un bambino sordo o per un bambino cieco), ha dei ruoli difficilmente sostituibili, oggi però non si può pensare a un'educazione del bambino che possa realizzarsi esclusivamente in una istituzione.

Oggi l'educazione del bambino va sempre vista in prespettiva sistemica, il bambino ha delle originalità, è un soggetto attivo capace di interagire con i pari, è un soggetto libero, autonomo, però vive in un sistema. Io posso avere un'ottima madre, ma non ho vicino a me solo mia madre. Il bambino vive in una situazione, vive in una famiglia, la famiglia vive in una comunità, che può essere il quartiere, il paese, la frazione e così via, la comunità è a contatto con altre comunità, ci sono i mass-media che entrano nelle nostre case, quindi sono ormai realtà presenti a tutte le ore.

Quindi oggi l'educazione del bambino va vista in una prospettiva sistemica, il  bambino vive in un sistema e la sua crescita, la sua educazione può dare buoni frutti se questo bambino è collocato in questo sistema e tutti gli elementi di questo sistema si pongono dalla sua parte.

 

Quindi per pensare al futuro dei nostri figli dobbiamo pensare a questa corresponsabilità, che coinvolge la famiglia, la Chiesa, la scuola, le persone, gli amici, i mass-media. Non possiamo pensare se non in prospettiva sistemica l'educazione infantile. E se questa prospettiva poi diventa ecologica, nel senso che gli elementi interagiscono ma si arricchiscono anche, si ibridano vicendevolmente, allora l'educazione infantile può certamente dare buoni frutti.

 

Bisognerebbe leggere i nostri classici cristiani come per esempio Emanuel Mounier che ci dice che "il bambino non appartiene alla famiglia, non appartiene alla Chiesa, non appartiene allo stato, appartiene a se stesso. Noi non possiamo pensare di formare i piccoli fascisti, i piccoli comunisti, i piccoli uomini di mondo, ma una persona che si apre e che ha la sua libertà, la cui cultura non può essere il vascello opulento della cultura borghese, ma una cultura che è una cultura metafisica, personale, conquistata, sofferta".

È necessario collocarci nei confronti dell'educazione del bambino in questa posizione aperta, di corresponsabilità, di condivisione.

 

La pedagogia ci dice poi un'altra cosa: invece di parlare astrattamente di infanzia, guardiamo come sono questi nostri bambini, ma quali sono i loro bisogni?

Perciò, per rispondere alla domanda chi è il bambino, guardiamo come è questo bambino, che bisogni ha.

 

Ci sono dei bisogni che sono universali, che possiamo chiamare psicologici, e in senso sincronico (in tutto il mondo) e in senso diacronico (che c'erano ieri e che ci sono oggi ).

Un bisogno fondamentale è quello di stare bene.

Un bambino che non sta bene, che non può crescere, che non viene educato con rispetto, è un bambino che non è messo nelle condizioni di diventare quello che può diventare, quello che è, di umanizzarsi completamente, di risvegliare e di coltivare la sua umanità. I nostri bambini sono mangioni, vitaminizzati, timbrati, con abiti firmati. Siamo molto organizzati ma dobbiamo anche pensare che il bambino ha bisogno di stare bene.

Poi ci sono i bisogni cognitivi, il bisogno di conoscere, di sapere.

Spesso diciamo "questo dovrà diventare un luminare", se un bambino ci domanda una cosa, noi siamo contenti e gli rispondiamo, ma non gli chiediamo mai "ma tu come pensi" "ma tu come faresti questo", ebbene non lo facciamo, siamo ancora la livello della trasmissione, lo consideriamo un vaso da riempire.

Poi il bambino ha anche bisogno di amare, di essere amato, ha bisogno di tenerezza, di figure adulte di riferimento, ha bisogno di qualche "no", perché ha bisogno di sicurezza.  Il bambino che non ha dei "no" non è un bambino sicuro, il permissivismo è una presa in giro del bambino, è una rinuncia alla nostra responsabilità, è una paura di noi stessi, e non è un discorso di condanna ma di constatazione.

A volte è molto più doloroso dire un "no" ed è molto più facile dire un "sì".

Il bambino ha questi bisogni di tipo affettivo, ha bisogno di figure adulte che significhino qualcosa, ha bisogno di sentirsi considerato, importante.

Questi sono bisogni universali di tutti gli soggetti umani, perché sono universali psicologici, fisiologici, di tutti indipendentemente dalla cultura in cui i soggetti umani vivono.

 

Poi ci sono dei bisogni che emergono come bisogni dei bambini nella nostra società.

 

Ad esempio, cosa manca ai nostri bambini? Intanto la mancanza dei pari se non vanno all'asilo nido, il bambino ha bisogno dei pari. Il bambino spesso è un figlio unico, è un bene raro, è un bene prezioso. Ma i bambini hanno bisogno del gruppo dei pari, se non vanno a scuola sono soli, con chi si misurano, con gli adulti?! Il bisogno di reciprocità è molto forte già da quattro-cinque anni, un bambino che sta bene, quando va alla scuola materna, si fa un amichetto, poi il gruppo si allarga, diventano tre o quattro e così via. Se non vanno a scuola questo bisogno non è soddisfatto.

Hanno bisogno poi di fare esperienze, ma francamente nelle nostre famiglie quante esperienze può fare il bambino? Non si fa più niente nelle famiglie. Ieri il bambino faceva tante esperienze: banalizzando ieri si faceva la pasta in casa. Insieme alla nonna si manipolava la pasta. Oggi il saper manipolare, come ricorda il pedagogista Sergio Angori, è il primo traguardo di educazione intellettuale. Oggi invece si compra tutto, non si fa il pane, non si lava, non si stira, ecc. il mondo di esperienze del bambino è molto povero. E a ben guardare spesso ciò capita nelle famiglie più istruite. I bambini hanno bisogno di fare esperienze e di stare vicino alla natura.

E poi cosa manca? Il tempo. Tutti gli orari sono come quelli degli ospedali. Sono modellati sui bisogni degli adulti. I bambini si alzano presto vengono messi in auto e via.

Ma anche i loro divertimenti sono quelli degli adulti, anche gli ascolti televisivi sono quelli degli adulti, quindi hanno bisogno di spazi, di tempi educativi e di attenzione.

 

Ora se questi sono i bisogni dei bambini, tali bisogni diventano diritti, perché se non vengono soddisfatti questi bisogni, l'uomo non è aiutato ad umanizzarsi completamente, è inutile fare retorica dicendo "io voglio bene ai bambini".

Che vuol dire voler bene ai bambini se non teniamo presenti questi bisogni? Se non capiamo che questi bisogni sono diritti? Se noi non pensiamo che il bambino ha il diritto all'educazione? Parlare di diritto all'educazione significa rispettare tutti i diritti menzionati fin qui: il diritto di stare bene, di imparare ad apprendere, di amare, di essere amato, di avere relazioni positive, di essere ascoltato, ha il diritto alla reciprocità educativa.

Il bambino ha anche il diritto di avere da noi alcuni messaggi: il bambino ha fede, ha tanta fede anche se non è una fede adulta, però noi sappiamo che la parola di Dio, se sappiamo parlare ai bambini, ha per loro una particolare forza rivelativa, non sappiamo perché, ma c'è quasi una sorgente di spiritualità incipiente che ha bisogno di sviluppare, c'è un grande fascino rivelativo alla parola di Dio per i bambini.

Poi il bambino ha fede anche in noi, perché non si accorge quando diciamo le bugie. Ha fiducia in noi, ha speranza, e noi non diamo messaggi di speranza, talvolta neanche a scuola: noi grandi diciamo "giocate bambini", ma non giochiamo con loro e quindi non gli diamo un messaggio di speranza, tutto sommato un bambino che guarda uno di noi dice "ma perché devo crescere?" in fin dei conti il messaggio che gli diamo è che lavoriamo dalla mattina alla sera, che non abbiamo più un momento per noi stessi, che siamo tesi, che abbiamo mille impegni. Noi per esempio non abbiamo più il gratuito, il ludico. Invece qualche volta ci dovremmo fermare a giocare e a divertirci con i bambini: è in questo modo che gli diamo un messaggio di gioia e il bambino capisce che  può crescere, che si può essere sereni. Se noi ci facciamo vedere disperati, stanchi, ci lamentiamo sempre, non diamo un messaggio di speranza al bambino.

 

I bambini hanno poi soprattutto bisogno di amore. Ma che cosa è l'amore? È soprattutto volere il bene dell'altro, l'amore pedagogico è sempre un amore triste se non è pensoso, perché chi vuole il bene dell'altro è anche colui che sa dire di no, è colui che sa ascoltare l'altro, che non dice "mio figlio è così", "i miei figli devono essere così", ci vuole un atteggiamento positivo e la capacità di ascolto e il saper dire di "no".

 

L' educatore genitore, o l'educatore in una situazione educativa nella scuola, nella parrocchia, è veramente tale se riesce a  testimoniare questo amore pedagogico, ma può essere tale solo se alimenta questo amore confrontandosi con la fonte dell'amore.

 

 

 

 

La Prof.ssa Sira Serenella Macchietti è autrice di diversi volumi tra i quali:

 

Formazione e professioni educative, Bulzoni, Roma, 2003.

La vocazione personalistica di Mario Mencarelli. In: Mario Mencarelli per una pedagogia di frontiera. A cura di S.S. Macchietti. Roma, Bulzoni Ed., 1998

Appunti per una pedagogia della persona. Roma, Bulzoni Ed., 1998.

Insegnanti e coscienza del processo formativo. In: Il Processo formativo tra storia e prassi: materiali d'indagine. A cura di F. Cambi, P. Orefice. Napoli, Liguori Editore, 1997.

Giocare nella scuola : storia del gioco nella scuola materna, Firenze, Ministero P.I.-Servizio Scuola Materna, IRRSAE-Toscana, 1997.